Una definizione di diritto

letto 62 voltepubblicato il 18/10/2021 - 17:37

Nella letteratura giuridica romana sono scarsissime le definizioni di diritto. L'unica esplicita è quella di Celso, giurista di età imperiale, che definì il diritto ars boni et aequi. (arte o tecnica o sistema del buono e dell'equo). Ricordiamo però che Ulpiano, giurista di età severiana, scrisse che il diritto privato è ciò che spetta all'utilità dei singoli, mentre il diritto pubblico è ciò che spetta allo statum rei publicae, locuzione che solo lontanamente possiamo far corrispondere alla nostra nozione di "Stato", significando "la condizione, il modo di essere della cosa pubblica". Questa espressione, come ognun vede, indica con logica impeccabile il polimorfismo degli assetti governativi, la loro sempre possibile capacità di mutare e trasformarsi nel corso del tempo. Ma chiusa questa breve parentesi esplicativa, ritorniamo alla definizione indiretta di diritto che ci dà Ulpiano. Personalmente la preferisco per la sua franchezza ed immediatezza a quella di Celso, che, già critica dell'accademismo dialettico degli ambienti scolastici, rimane pur sempre legata alla visione ufficiale da questi espressa. Sulla base delle semplici parole ulpianee, possiamo tentare a nostra volta una ricostruzione del concetto di diritto. In primo luogo viene in luce il termine "spettanza", dal quale evinciamo che il diritto è qualcosa che spetta o ai privati o alla comunità politica. In secondo luogo segue il sostantivo "utilità", che connesso a spettanza, ci fa capire che il diritto è l' attribuzione di un un' utile o di un commodum (vantaggio) a soggetti pubblici o privati. E poiché la religione romana era utilitaristica ( do ut des ), possiamo aggiungere nella nostra definizione anche l'elemento religioso. Uguale discorso vale per la sfera morale, che ,nella tradizione romana,  era connessa allo status sociale o dignitas occupati dal soggetto nel contesto sociale. In sostanza la valutazione morale era commisurata al rango ricoperto dall'individuo,  con l'ovvia conseguenza che atti moralmente riprorevoli potevano essere visti con favore se commessi da un maggiorente e venivano al contrario pesantemente sanzionati se l'autore ne era una persona di umile condizione o uno schiavo. Ciò premesso, possiamo, a nostro avviso, definire il diritto come sfera morale-religioso-utilitaristica spettante ad un individuo o ad gruppo di individui , ricomprendendo nel termine gruppo non solo l'insieme sociale, ma anche i gruppi intermedi come le associazioni e le corporazioni. E' facile trarre le conclusioni di questo discorso. Il diritto in sé assicura il soddisfacimento utilitaristico (ed egoistico) di interessi materiali, e , in virtù di questa sua funzione, è in grado di attuare un certo ordine nella società. Ma si tratta pur sempre di un ordine labile, che è facile sconvolgere con l'avvento e l'emersione di nuovi interessi che prendono il sopravvento, per la loro maggior importanza, su quelli precedenti. Il diritto non è nemmeno in grado di evitare la violenza, che può esplodere con il contrapporsi delle diverse pretese od istanze; anzi in qualche modo legittima la violenza del più forte per il solo fatto di essere uscito vincitore dal confronto.  Ciò è particolarmente evidente nel diritto pubblico che, anche oggi, si rivela impregnato di interessi ideologici ed economici. Donde la tradizionale debolezza dell'elaborazione ed applicazione del diritto pubblico rispetto a quello privato, che è il diritto dei beati possidentes .Ed è chiaro che questa debolezza lascia aperto il campo ad ideologie come il neoliberismo che, facendo leva sul puro egoismo individuale, predicano lo Stato minimo se non anche la sua fine.